L’italiano nell’informatica

di | 9 Maggio 2015

L’italiano copre ampiamente il vocabolario dell’informatica. Che fare allora? Come in Francia dove si parla di “ordenateur” (anche in Spagna non scherzano), usare l’inglese duro e puro, creare un pidgin o fare un misto umano e usare l’inglese solo quando necessario?

Personalmente opto per l’italiano, pur usando l’inglese quando necessario.
Comprendo anche chi parla sempre inglese, però parlare inglese con un italiano non mi sembra furbissimo 😀 Non disdegno nemmeno l’opzione francese, però, pur funzionando, è un pochino macchinosa: “Uh che bello il tuo telefono intelligente! Che calcolatore hai a casa?”.

Quella che odio è il troppo miscuglio tra le lingue, che purtroppo avviene anche nella lingua normale (“Sei la mia best, ti lovvo”. Chiedo scusa per aver riportato questa frase sul mio blog). Capisco usare qualche vocabolo ormai consolidato o che esprime meglio un concetto rispetto all’italiano (Computer, Boot, Link, Blog, OS, postare), ma sinceramente di leggere “reccare”,”addare”,”mutare” in luogo di “registrare”, “aggiungere”, “zittire” non mi piace per nulla. Anche “skill” è significativo: Ablitià, abilità…. Arrivo a tollerare “likeare”, dato che l’equivalente italiano “mipiaciare” è a dir poco osceno.

Altro emblema è “follower” e derivati: Seguace è troppo da bacucco? E comunque lo odio per un semplice motivo: Perché gli italofoni lo sbagliano nel 99% dei casi, quando fanno il plurale, uscendosene con “ho 200 followers”. Corretto se dicessero “I have 200 followers” ma nella bella, cara lingua italiana un forestierismo, tranne casi rarissimi, non assume il plurale. Ergo “ho 200 follower”.

Altro forestierismo a mio avviso ignobile è killare: va bene se si parla con un sistemista UNIX, ma sentirlo usare da un comune mortale al posto di terminare o, ancor peggio, al posto di un normalissimo uccidere.

In sostanza capisco chi usa l’inglese quando serve (sono il primo a farlo), ma usarlo, male, al posto di lemmi italiani no. Non comprendo questo desidero immenso di usare la lingua inglese ed i suoi termini quando la propria lingua madre offre la stessa roba se non meglio. Il calco linguistico e il prestito sono una gran cosa (qui i ticinesi sono maestri con le azioni nei supermercati, il servisol al posto del self service e via discorrendo) e ci consente di evitare di dover creare sempre neologismi e consente di ispirarsi ad altre lingue. Il problema è ispirarsi troppo alle altre lingue, specie quando non serve.

Perché continuare ad importare dall’inglese quando possiamo parlare un italiano gergale e non un pidgin?

PS. E vogliamo parlare di “selfie”, traducibilissimo con “autoscatto”? Addirittura accetato da alcuni vocabolari! Non commento, non è un blog di turiloquio. Ma permettetemi di dire “cazzo”, l’ha fatto anche Andrea Accomazzo appena Philae ha compiuto l’atterraggio, potrò farlo prima di dover dire “Fuck You”? 😉

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